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Frutto con cupola verde, guscio duro e
seme polposo dolce, da consumarsi allo stato fresco e secco o tostato
da tavola. "Le nocciuole - scrive Pietro Andrea Mattioli - le quali alcuni
chiamano Avellane, e alcuni Nocelle furono anticamente chiamate Pontiche.
Sonuene delle domestiche delle lunghe, e delle tonde; ma più gentili assai
al gusto sono le lunghe, e massime quelle che nel guscio rosseggiano,
e son fragili da rompere. Maturansi le lunghe assai più tardi, che non
fanno le tonde. Il perché sono piene, più dense, e più mature; e si conservano
più a lungo. Aumentano le nocciuole la cholera, e mangiandosene copiosamente
generano la dissenteria, non di mento trite e bevute con acqua melata giovano
alla tosse, e bevute con un poco di pepe maturano il catarro. La cenere
delle abbrusciate insieme con il guscio incorporate con grascia di porco
ò d'orso, fanno rinascere i capelli, che cascano. Scrivono alcuni, che
la cenere de gusci incorporata con oglio, e applicata alla fronte à i
fanciulli, che hanno gli occhi bianchi, li fa diventare neri. è stato
sperimentato, che toccandosi le serpi con una vergella di Nocciuolo restano
stupide, e finalmente si muoiono, il che non debbe far maraviglia sapendosi
che le nocciuole mangiate con fichi e ruta vagliono contra i veleni, e
i morsi de gli animali velenosi. Vale l'oglio cavato dalle nocciuole non
poco à dolori delle gionture". Dal punto di vista alimentare ecco il parere
di Giacomo Castelvetro: "Le nociuole lunghette sono le migliori; e d'alquanti
anni in qua gli speziali ne coprono quantità di zucchero in luogo delle
mandole, e riescono buone. Secche poi se ne conservano assai da mangiare
lo 'nverno e particolarmente per la quadragesima (Quaresima). Il suo frutto
tanto verde quanto secco è molto grato alla bocca, ma tien nondimeno esser
di malagevole digestione e non punto buono per li catarrosi; ma ogni
cosa è sana all'uomo sano". Non sempre però il frutto corrisponde al suo
involucro, come ricorda il già citato detto popolare, che ammonisce: L'è
la fôla dla bèla avulâna;/dâtre l'è brotta e fôra l'è sana (è la favola
della bella avellana;/ dentro è brutta e fuori è sana). Sono frutti consumati
fin dall'antichità e per i contadini romagnoli hanno rappresentato una
fonte di sostentamento importante: sono infatti molto energetiche, ricche
di proteine vegetali e zuccheri, ottimi sostitutivi della carne. Una "dispensa"
a cui si poteva attingere per tutto l'inverno grazie alla loro facile
e lunga conservazione: forse nasce dal rapporto tra la disponibilità di
una fonte energetica durante il riposo invernale e la nascita di figli
la credenza che legava nocciole e nascite: "Annata di noccioli, manata
di figlioli". Altri individuano questo rapporto nella conformazione della
avellana che è come un bambino, racchiuso nell'alvo materno per cui viene
identificata come simbolo di natalità. In cucina le nocciole vanno in
ripieni e salse per il pollo, unite ai frutti di finocchio. Le nocciole
sono raccomandate per i diabetici e, se tostate, sono più appetibili e
digeribili. Nell'uso esterno, la pasta di nocciole rende la pelle liscia,
mentre l'olio entra in creme emollienti e nutrienti per pelli secche ed
avvizzite.
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