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La mela, detta anche pomo, non
richiede una descrizione, provenendo dall'albero da frutto più antico ed
oggi più diffuso nelle aree temperate fredde, ed ovviamente anche il più
consumato, tanto da identificarsi con l'uomo: gli inglesi chiamano
infatti la mela il "frutto dal volto umano", attribuendogli un
metabolismo alla pari dell'uomo. è inoltre quasi impossibile restringere
in una identificazione unica la mela, a causa delle infinite varietà di
questo frutto, dal punto di vista della forma, del colore e del sapore.
Solo nel Faentino, nell'800, si trovavano varietà come la méla da ròsa,
apia, rézna, musabò, zogna, piatlôna, pupêna, ranetta, franzesca, cucôna,
durôna, righêda e così via.
E proprio sulla grande varietà delle mele si appunta l'attenzione di
Pietro Andrea Mattioli: "Sono le mele di più varie e diverse spetie, che
si possi narrare, e però sono anchora varie di forma e di sapore, il
perche varie, e diverse sono le virtù loro. Et però tali sono austere,
tali acetose, tali dolci: tali acetose e dolci: tali acetose e acerbe: e
tali dolci, acetose, e acerbe infinemente.
Le mezanamente dolci sono temperate, accostandosi però alquanto à calda
natura. Le sciocche, seguendo la natura dell'acqua sono del tutto
inutili, imperochè oltre all'essere molto allo stomaco nocive, non sono
aggradevoli al gusto nel mangiarle, ne come le altre fortificano lo
stomaco, ne ristagnano il corpo troppo lubrico. Le dolci non partecipi
d'altro sapore, ne di grossa natura, aitano mirabilmente à distribuire
il nutrimento nel corpo. Debbonsi con ogni cura schifare non solo le
inutili ma quelle che più si lodano, infino à tanto che non son ben
mature in su l'albero: percioche sono durissime da digerire,frigide, e
malagevoli da passare: e oltre ciò danno cattivo nutrimento.
Ma quelle che ben mature si riserbano il verno, e fino alla primavera,
cotte con pasta attorno ò pur senza nella cenere calda, sono spesse
volte convenevoli alle malattie, mangiandole subito dopo pasto, e
qualche volta còl pane, e massimamente ne i flussi del corpo, e ne i
vomiti dello stomaco. Al che molto giovevoli sono anchora le acerbe:
percioche cotte per cotal via, si riducono mediocremente costrettive. In
Toscana oltre à tutte l'altre sono in prezzo quelle, che si chiamano
Appie, e quelle che chiamano Mele rose: imperoche in queste due spetie
si ritrova oltre à un'aromatico, e gratissimo odore, un sapore molto
aggradevole al gusto nel mangiarle".
Si tratta di due varietà tipiche anche della valle del Senio, anzi del
territorio di Casola Valsenio: Antonio Morri, nel suo Vocabolario
romagnolo-italiano del 1840 definisce la méla apia come "mela appiola o
casolana", mentre in una cronaca casolana del 1559 troviamo elencati tra
i doni che in quell'anno vennero inviati al Presidente di Romagna "cento
pomi da Rosa dette mele Paradise". è quest'ultimo un frutto
esteticamente gradevole (tanto da essere preso come paragone per
indicare la bellezza femminile), dal nome fortemente evocativo e
suggestivo e dal sapore che non si dimentica, come ricorda anche Giacomo
Castelvetro attraverso la lente della nostalgia: "La corteccia sua è
gialla, macchiata di picciole macchie rosse quanto è il sangue; e quanto
più si guarda (conserva) è tanto migliore; e, oltre all'ottimo gusto, ha
un soavissimo odore e tanto che, messo trà i pannilini, dà loro un dolce
odore, e le cortecce (bucce) sue poste sopra brace, profuma tutta la
camera di gratissimo profumo".
Di qui si comprende perché la mela era il frutto più consumato dalla
popolazione contadina della Romagna, a cominciare già dal momento della
nascita. Al bambino appena nato si faceva infatti assaggiare una mela
cotta per preservarlo dall'alito cattivo: un usanza che sta all'origine
del rimprovero scherzoso che si faceva ai bambini: Boja te e chi t'ha dè
la méla côta (Accidenti a te e a chi ti ha dato la mela cotta). La mela
cotta era consumata abitualmente dagli anziani per la sua digeribilità,
anche se così risultava privata di molti suoi principi e quindi poco
considerata, come testimonia il modo di dire popolare: Ròb da mél côti
(Roba da mele cotte), cioè cose da niente o cosa di cui vergognarsi. A
conferma basti ricordare l'esclamazione I t'hà dè la méla côta!(Ti hanno
dato la mela cotta!), come dire: Sei tonto, lento e tardo!
Altri modi di dire fanno riferimento alle mele che in Romagna si
raccoglievano tradizionalmente entro il 29 settembre, giorno di San
Michele: Par San Michél,/ la méla l'è int è panir (Per San Michele, la
mela è nel paniere). Per riprendere chi riceve una gentilezza e non la
ricambia si diceva: L'è cum dé la méla a e pôrc (E come donare una mela
al porco). Invece per indicare una ragazza sana, bianca e rossa, si
diceva: La pê 'na méla da rosa (sembra una mela da rosa). Vero o no, i
vecchi romagnoli che preferivano di gran lunga il vino all'acqua,
sostenevano che: La méla cruda la tira dré 'na dbuda,/ la méla côta la
ne tira dré 'na ciôpa (La mela cruda trae dietro una bevuta,/ la mela
cotta ne trae seco il doppio).
Particolare attenzione ponevano i giovani nell'accettare e nel mangiare
la "mela crociata": quel genere di mele che hanno la parte inferiore
solcata da quattro rientranze. Era infatti usanza che le ragazze le
offrissero ai ragazzi che volevano legare a loro sotto l'aspetto amoroso
e sessuale. Di qui l'ammonimento delle mamme ai figli che uscivano per
recarsi alle veglie o alle feste da ballo: Stà attent a la méla crosêda
(Stai attento alla mela crociata). Tra i riti domestici in cui entravano
le mele, si può ricordare anche quello praticato soprattutto in
occasione dei grandi pranzi in occasione delle feste patronali che
procedevano nella allegria generale: se qualcuno riusciva a togliere la
buccia di una mela facendone una sola fettuccia, provocava la morte di
un frate. Se però tra i commensali vi era qualche religioso, allora si
cambiava obiettivo e la stessa operazione aveva il potere di liberare
un'anima dal Purgatorio.
Come numerose sono le varietà delle mele, altrettanto si può dire dei
simboli. Gli araldisti sostengono che la mela rappresenta il beneficio
del principe ed anche beltà pericolosa e amore, probabilmente in ricordo
della mela che per Eva fu "cibo amaro". Ma c'è chi vede la mela, cioè il
pomo, come simbolo di fecondità, rifacendosi alle iconografie di Pomona;
inoltre la statua di Afrodite rinvenuta in Epidauro tiene nella destra
il pomo, felice simbolo di vittoria e nel ritratto giottesco del
Bargello di Firenze, Dante tiene un ramo con fiori, simbolo delle arti e
con frutti, simbolo della scienza. E come dimenticare il famoso pomo
della discordia fra Giunone, Venere e Minerva quando si sottoposero al
giudizio di Paride?
Deliziose, nutrienti, dissetanti, digestive a tavola se si conclude il
pasto con esse, le mele possiedono notevoli virtù salutari, tanto che
questo frutto viene definito anche "scudo della salute" e un famoso
detto popolare sostiene: "Una o due mele al giorno allontanano il medico
di torno... e riducono il costo del vitto". Le mele mature mangiate
crude presentano accentuate proprietà aperitive ante pasto e digestive
dopo. Soprattutto nei bambini rinforzano e preservano la dentatura,
puliscono i denti, rinforzano le gengive ed attivano la salivazione e
l'azione dei reni; regolarizzano le funzione epatiche e favoriscono un
sonno tranquillo. Le mele cotte sono emollienti e rinfrescanti, adatte
alla dieta di persone debilitate, degenti, convalescenti, bambini ed
anziani. Cotte nel vino sono ricostituenti e calmanti dei nervi tesi.
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