|
I frutti, contenuti in un riccio che a
maturazione si apre in quattro valve, sono rivestiti da un pericarpo
liscio e coriaceo il cui colore varia dal marrone chiaro al bruno scuro.
All'interno, rivestiti di una sottile pellicola (episperma), si trovano
due cotiledoni di polpa bianca, sapida, dolce, nutriente, energetica,
digeribile se masticata a lungo. Nella valle del Senio per castagna si
intende comunemente quella secca mentre la castagna fresca è comunemente
conosciuta come marrone perché nella zona è predominante da tempo quest'ultima
varietà pregiata di castagna. Il marrone presenta queste
caratteristiche: pezzatura superiore; fruttificazione prevalente a uno o
due soggetti per riccio; frutto senza solchi approfonditi nella massa
cotiledonare; pericarpo di tinta brillante chiara, marcato da striature
di tinta più scura; episperma sottile, non approfondito nei solchi
cotiledonari e facile a staccarsi; pasta farinosa, zuccherina,
consistente, saporita, resistente alla cottura. Dice il Mattioli: "Sono
le castagne frutto notissimo à tutta Italia e similmente gli alberi che
le producono, nondimeno in Toscana solo sono le domestiche e le
selvatiche. Le domestiche facilmente si mondano, e sono di questo in
prezzo a quelle, che si chiamano Marroni, per essere molto più grosse, e
molto più belle dell'altre. Nelle montagne ove si ricoglie poco grano,
si seccano su le grati al fumo, e poscia si mondano, e fassene farina:
la quale valentemente supplisce per farne pane. Ristagnano le Castagne,
e massime le secche, valentemente i flussi stomachali, e del corpo, e
vagliono à gli sputi di sangue. Peste con mele, e con sale, s'applicano
utilmente in su 'l morso del can rabioso. Risolvono le durezze delle
mammelle, impiastratevi suso con aceto, e farina d'orzo. Provocano al
coito, per essere molto ventose. Mangiate abondatemente ne i cibi, fanno
dolere la testa: generano ventosità, stitticano il corpo, e son dure da
digerire. Ma quelle, che s'arrostiscono sotto alla cenere, rimettono
assai del nocumento loro, mangiate poscia con pepe, e con sale, over con
zucchero. La scorza interiore delle castagne, che rosseggia, bevuta al
peso di due dramme con vino brusco, ristagna tutti i flussi grandi del
corpo, e parimenti gli sputi di sangue, e con il pari peso di limatura
d'Avorio ristagna anchora i mestrui bianchi delle donne, e massimamente
bevuta con acqua di fiori di nenufaro bianco". Anche il modenese Giacomo
Castelvetro, nei suoi appunti londinesi, si è dilungato sui tanti modi
di cuocere le castagne,che più di altri frutti gli ricordavano
l'Appennino emiliano romagnolo: "Abbiamo noi le castagne che questa
nazione non ha, le quali volendole mangiare, a diverse maniere si
cuociono, se bene ancora crude se ne mangi; ma i più, cocendole, le
arrostiscono, poste in una padella pertugiata sopra la vampa del fuoco,
o sotto le calde ceneri, e con sale e con pepe le mangiamo; e invece del
zucchero, che qui usano, noi usiamo il succo d'aranzi. Se ne cuociono
poi in acqua sola, e queste chiamansi lesse, le quali vengono più da
fanciulli e dalla bassa plebe, che dagli uomini civili e maturi,
mangiate. Ne cuociamo ancora in ottimo vin bianco dolce, nel quale
avendo alquanto bollite, di quel si tranno e si pongono a seccare al
fumo; e così acconcie son fuori di modo buone, e chiamansi biscottelli,
e per tutto l'anno si conservano. Se ne secca molta maggior quantità
pure al fumo, senza cuocerle, poste sopra graticci; e poi, mondate, si
conservano due anni e più; e le nostre donne di queste quando vengono le
rose, delle più grosse, che sono i marroni, parte guardano (conservano)
in ceste overo in casse con foglie di rose, ove diventano tenere e
odorifere molto. Delle altre così secche, ma più picciole, ne fan farina
e pane, ch'è molto dolce, ma anzi che non insipido. Altri avendole fatte
un poco in acqua assai calde stare, levano da quelle la seconda
corteccia e poi ne fan diversi mangiari, cocendone nel fior di latte; e
son molto buone; e n'empiano i capponi, le oche e i galli d'India che
vogliano arrostire, con susine secche, uva passa e pane grattugiato.
Migliaia dè nostri montanari di questo frutto si cibano in luogo del
pane, il quale o non mai, overo di rado, veggono. Quando essi han
dovizia di castagne e di latte, poco si curano di pane né di vino, e
quivi si veggono uomini ben fatti e robusti, quantunque in vita loro non
vedessero mai pane". Sembra dunque avere fondamento un antico detto che,
giocando su un palese doppio senso, sosteneva: "I marroni fanno forte la
razza". Certamente castagne e marroni hanno salvato la "razza
montanara", assicurandone la sopravvivenza da novembre a marzo sotto le
tante forme alimentari che il bisogno aveva saputo inventare: aròst,
balôs, castrôn, spasimanti, cuciàrol e così via, e non a caso il
castagno è chiamato anche "l'albero del pane". Per questo la popolazione
montanara seguiva passo passo la crescita e la maturazione delle
castagne, verificando la corrispondenza tra il ciclo della natura e il
calendario liturgico, a cominciare dalla fioritura: Par San Jacum e
Sant'Ana,/ e liga la castâgna (Per San Giacomo e Sant'Anna (25 e 26
luglio)/ allegano i fiori di castagno). Le castagne, come ricorda la
saggezza popolare, cominciano a formarsi a metà agosto, festa
dell'Assunzione della Vergine: Par Santa Maria/ la castagna la cria, e
per San Matteo, 21 settembre, si possono mangiare le prime castagne
bianchicce (ma si dovrebbe dire i primi marroni), estraendole a forza
dai ricci: Par San Matè/ o s-mâgna i cè. Ma è per San Luca, 18 ottobre,
che la castagna giunge a maturazione, come annuncia il proverbio: Par
San Loca,/ la castâgna la s'plòcca (Per San Luca,/ la castagna si
pilucca). Ovviamente castagne e marroni, così conosciuti e consumati,
sono entrati in tutte le espressioni della cultura popolare romagnola, a
cominciare dagli indovinelli: E pêder lungagnô,/ la mêder spinusêla,/ la
fjôla tânta bêla,/ che tot la vò spusê (Il padre spilungone,/ la madre
spinosetta,/ la figlia tanto bella,/ che tutti la vogliono sposare).
Come è naturale, visto il nome e la forma dei marroni, di indovinelli se
ne trovano anche col doppio senso: E pôver Pipistròch,/ a caval d'do
bròcch,/ u-i chesca i su calzôn,/ e mostra isu marôn (Il povero
Pipistroch,/ a cavallo di due rami,/ gli cascano i suoi calzoni,/ mostra
i suoi testicoli). Tra i modi di dire troviamo Fè un marôn, cioè
commettere una grossa sciocchezza, un errore marchiano e Cavè la
castagna da è fog con la zampina de gât (Togliere la castagna dal fuoco
con la zampa del gatto), nel senso di fare qualcosa a proprio vantaggio
lasciando i pericoli agli altri. Per quanto riguarda il simbolismo il
castagno rappresenta la giustizia, sembra perché ai suoi frutti, gustosi
ma celati sotto una scorza dura e spinosa, si deve rendere giustizia
quando si assaggiano. Nel linguaggio blasonico il castagno lo vediamo
accennato come indice di virtù nascosta, di resistenza, di virtù e di
fede inalterabili. Tuttora castagne e marroni vengono consumati freschi
o secchi, lessati o arrosto, canditi o come ripieno del tacchino o in
torte e confetture. Le castagne secche bollite sono emollienti
pettorali, mentre le castagne lessate, passate attraverso il setaccio,
possono essere propinate ai bambini con la diarrea. La farina di
castagne secche è un ottimo sostitutivo di pane, patate, pappe e dolci.
Oltre ad essere un alimento altamente nutritivo, ma sconsigliato ai
diabetici per l'alto contenuto in glucidi, la castagna è utile a quanti
soffrono di stati di avitaminosi e a coloro che abbisognano di un
apporto minerale. Parimenti essa è un prezioso alimento per coloro che,
superato un periodo di debilitazione, devono recuperare le forze
perdute. Anche in cosmesi le castagne vengono in soccorso dell'uomo (e
della donna): l'acqua di cottura delle foglie e delle bucce nell'ultimo
risciacquo ridona ai capelli morbidezza e lucentezza, oltre un vago tono
ramato. Le castagne lessate, sbucciate, liberate dalla pellicina,
passate al setaccio, unite ed amalgamate con acqua, latte o olio di
mandorle dolci, a seconda dei casi, svolgono un'azione detergente,
schiarente ed emolliente.
|